Aborto terapeutico e l’obbligo d’informazione

La Corte di Cassazione il 15 gennaio 2021 ha depositato una fondamentale sentenza, la n. 653/21, sul delicatissimo tema dell’aborto terapeutico, stabilendo due principi basilari. In primo luogo, questa possibilità può essere estesa anche nei casi in cui la gestante sia consapevole di aver contratto una patologia atta a produrre, con apprezzabile grado di probabilità, anomalie o malformazioni del feto, senza la necessità che queste si siano già prodotte e risultino strumentalmente e clinicamente accertate.

Questo perché una simile condizione può causare alla partoriente un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica. In secondo luogo, la Suprema Corte ribadisce l’obbligo da parte del ginecologo di informare correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia contratta: nel caso contrario, le va riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni subiti.

 

Una donna cita in causa il medico e l’ospedale per non averle consigliato l’aborto terapeutico

La vicenda. Una donna aveva contratto un’infezione da citomegalovirus di cui si era accorta soltanto alle ventiduesima settimana di gestazione. Il medico che la seguiva, tuttavia, per un verso l’aveva rassicurata sui possibili esiti, per l’altro aveva affermato che comunque era ormai fuori tempo massimo per intervenire con l’aborto terapeutico, quello che è consentito praticare anche dopo i primi 90 giorni ma solo al sussistere di determinate condizioni, quali il serio pericolo di vita della donna o laddove venga diagnosticata l’impossibilità di vita autonoma del feto o una patologia che possa comportare un grave danno alla salute della madre.

Il bimbo è nato con gravi lesioni invalidanti

Il bambino alla fine era venuto alla luce vivo, ma con gravissime lesioni cerebrali che comportavano una invalidità totale del cento per cento. La donna, assieme al marito, ha quindi citato in giudizio il ginecologo e l’Università La Sapienza di Roma (in quanto ente di riferimento del Policlinico Umberto I dov’era accaduto il fatto), ma sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dato ragione al dottore. Di qui il ricorso per Cassazione, che ha invece ribaltato la decisione.

La ricorrente ha sostenuto che il medico avrebbe dovuto rappresentarle i rischi che l’infezione avrebbe potuto determinare se si fosse trasmessa al feto, in modo da consentirle di interrompere la gravidanza, lamentando che non l’avesse fatto: come detto, il sanitario aveva ritenuto che in quello stadio avanzato della gestazione non sussistevano le condizioni di praticabilità dell’aborto.

 

Per l’aborto terapeutico non è necessario che la malformazione si sia già prodotta

Accogliendo dunque il ricorso dei genitori, gli Ermellini hanno stabilito che non vi è necessità che “l’anomalia o la malformazione si sia già prodotta e risulti strumentalmente o clinicamente accertata”, essendo al contrario sufficiente che la gestante “sappia di aver contratto una patologia atta a produrre, con apprezzabile grado di probabilità, anomalie o malformazioni del feto”. Questo perché una simile condizione, della quale il medico è tenuto informare la gestante a pena di risarcimento del danno, è di per sé in grado di produrre quel “grave pericolo per la sua salute fisica o psichica“, da accertarsi in concreto e caso per caso, che consente l’interruzione oltre i termini di legge.

A tale assunto la Corte è arrivata, con un principio di diritto, attraverso l’interpretazione letterale dell’art. 6, lett. b) della legge n. 194/78. La norma, spiega la sentenza, prevede infatti che l’interruzione volontaria della gravidanza può essere praticata “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. L’inciso compreso tra le due virgole (“tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni de feto“), afferma la Corte facendo un salto in avanti, “vale a specificare che tra i processi patologici da considerare sono compresi anche quelli attinenti a rilevanti anomalie o malformazioni del feto“. Il legislatore, secondo i giudici del Palazzaccio, ha dunque “posto l’accento sull’esistenza di un processo patologico (che può anche non essere attinente ad anomalie o amformazioni fetali) e sul fatto che lo stesso possa cagionare un grave pericolo per la salute della donna“.

Deve pertanto ritenersi, prosegue la Cassazione, che, laddove si riferisce a processi patologici “relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del feto”, l’art. 6, lett. b) legge n. 194/1978 non richieda che la anomalia o la menomazione si sia già concretizzata in modo da essere strumentalmente o clinicamente accertabile, ma dia rilievo alla circostanza che il processo patologico possa sviluppare una relazione causale con una menomazione fetale“.

Pertanto, tornando al caso in esame “deve ritenersi che anche la sola circostanza dell’esistenza di un’infezione materna da citomegalovirus possa rilevare al fine di apprezzare l’idoneità di tale processo patologico a determinare nella donna – compiutamente edotta dei possibili sviluppi – il pericolo di un grave pregiudizio psichico in considerazione dei potenziali esiti menomanti”.

 

Il medico ha l’obbligo di informare, viceversa il danno è risarcibile

Per la Suprema Corte dunque “l‘accertamento di processi patologici che possono provocare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro consente il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, ai sensi dell’art. 6, lett. b) della legge n. 194/78, laddove determini nella gestante – che sia stata compiutamente informata dei rischi – un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica, da accertarsi in concreto e caso per caso, e ciò a prescindere dalla circostanza che l’anomalia o la malformazione si sia già prodotta e risulti strumentalmente o clinicamente accertata”.

Inoltre, sotto il profilo risarcitorio, la Corte ha stabilito che “il medico che non informi correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia dalla medesima contratta può essere chiamato a risarcire i danni conseguiti alla mancata interruzione della gravidanza alla quale la donna dimostri che sarebbe ricorsa a fronte di un grave pregiudizio per la sua salute fisica o psichica”.

Dunque, alla madre è stato riconosciuto il diritto ad essere risarcita poiché ,a causa dell’omessa informazione da parte del medico, non è stata posta in condizioni di effettuare la scelta abortiva consentita dalla legge.

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