Caduta su strada sconnessa: pedone risarcito anche se incauto

La disattenzione di un pedone non basta a sgravare di responsabilità il gestore di una strada dissestata in caso di rovinosa caduta. E’ un’ordinanza significativa a tutela dei danneggiati a causa delle omissioni nella manutenzione stradale da parte della Pubblica Amministrazione quella – la n. 456/21 – depositata dalla Cassazione il 13 gennaio 2021.

 

Un pedone infortunatosi dopo una caduta su una buca cita in giudizio il Comune

Una donna aveva citato in causa avanti il tribunale di Napoli il Comune partenopeo chiedendone la condanna al risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. o, in subordine, ex art. 2051 c.c. per l’infortunio riportato in conseguenza di una caduta avvenuta nella stessa città, all’incrocio tra Corso Novara e via Firenze: attraversando la strada, la malcapitata era finita con il piede in una pozzanghera d’acqua che celava una buca e la presenza di cubetti di porfido malfermi, perdendo l’equilibrio, cadendo sulla schiena e riportando la frattura di una vertebra lombare.

I giudici, assunte le prove testimoniali e la consulenza tecnica d’ufficio, con sentenza del 2014, avendo ritenuta raggiunta la prova in ordine alla situazione di insidia o trabocchetto del tratto stradale in questione, avevano accolto la domanda risarcitoria ex art. 2043 c.c., condannando il Comune al pagamento della somma di 37.875,09 euro, oltre rivalutazione, interessi e spese legali.

La Corte d’Appello di Napoli, avanti la quale il Comune aveva appellato la decisione di primo grado, con sentenza del 2018 aveva al contrario dato ragione all’Amministrazione comunale, ritenendo che la fattispecie rientrasse nell’alveo dell’art. 2051 c.c. e che, conseguentemente, l’ente proprietario fosse gravato dei sinistri riconducibili a situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, salva la possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo.

 

La danneggiata non era stata sufficientemente attenta

In estrema sintesi, i giudici di seconde cure avevano censurato la sentenza di primo grado la quale, a loro parere, non avrebbe richiamato i principi e gli insegnamenti giurisprudenziali in punto di auto-responsabilità dell’utente di strade demaniali che, ove considerati, avrebbero dovuto condurre a ritenere esigibile, da parte della danneggiata, una condotta più prudente evitando di poggiare il piede proprio nella buca ricolma d’acqua.

La Corte d’appello aveva pertanto ritenuto di dover considerare l’efficienza del comportamento imprudente della vittima nella produzione del danno che si atteggia a concorso causale colposo valutabile ai sensi dell’art. 1227 c.c. fino ad interrompere il nesso eziologico tra la condotta omissiva dell’ente proprietario della strada e l’evento dannoso, integrando gli estremi del fortuito. Di qui dunque, in totale riforma della sentenza del tribunale, il rigetto della domanda del pedone.

La danneggiata ricorre per Cassazione

La danneggiata ha quindi proposto ricorso per Cassazione contro quest’ultimo pronunciamento, adducendo quattro motivi di doglianza. In particolare, con il secondo la donna si doleva del fatto che la sentenza impugnata avesse valorizzato la presenza della buca omettendo però di valutare il fatto che la caduta fosse eziologicamente riconducibile alla presenza occulta dei cubetti di porfido malfermi e instabili, non visibili né prevedibili.

Con il terzo, poi, lamentava che la Corte territoriale avesse ritenuto interrotto il nesso eziologico tra la condotta della danneggiata ed il danno, senza dare la prova del fortuito che avrebbe dovuto consistere in una condotta autonoma, eccezionale, imprevedibile e colposa della vittima. In altri termini, la Corte d’Appello avrebbe dovuto non solo provare la condotta negligente della vittima, ma accertare anche che questa non fosse prevedibile da parte del custode.

Con il quarto motivo di ricorso, infine, la ricorrente obiettiva che la sentenza aveva mal applicato la disposizione indicata in epigrafe perché non avrebbe posto in relazione la presunta violazione del dovere di cautela incombente sulla danneggiata con la violazione degli obblighi di custodia che gravano sull’Ente.

La Suprema Corte accoglie le doglianze

La Suprema Corte ha accolto queste argomentazioni. I giudici del Palazzaccio infatti concordano in pieno sul fatto che la Corte d’Appello avesse omesso di considerare che la caduta era stata causata “dai cubetti di porfido malfermi, instabili, invisibili e imprevedibili”, e di considerare il nesso eziologico “tra questa incontestata circostanza emersa nell’istruttoria, e provata dai testi, e il danno”.

Così come è fondata, per la Cassazione, la censura con cui si lamentava la violazione dell’art.2051 c.c. “La norma – spiegano infatti gli Ermellini – configura un caso di responsabilità oggettiva del custode e prevede che il danneggiato debba limitarsi a provare il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno, spettando al custode la prova cd. liberatoria mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità”.

 

L’ente proprietario deve dimostrare che la condotta del danneggiato è stata imprevedibile

L’ente proprietario della strada, cioè, supera la presunzione di colpa quando la situazione che provoca il danno si verifica “non come conseguenza di un difetto di diligenza nella sorveglianza della strada ma in maniera improvvisa e per colpa esclusiva dello stesso danneggiato”. Nello specifico, il Comune avrebbe dovuto dimostrare che il fatto della stessa danneggiata nel caso in esame avesse i caratteri dell’autonomia, eccezionalità, imprevedibilità ed inevitabilità e che fosse da solo idoneo a produrre l’evento, escludendo i fattori causali concorrenti.

La sentenza impugnata invece, prosegue la Cassazione, “non ha rispettato le condizioni richieste dalla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la condotta della vittima del danno causato da una cosa in custodia costituisce caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità del custode ex art. 2051 c.c. ove sia colposa e imprevedibile”.

 

La condotta incauta del pedone va prevista

Ed è soprattutto fondata, osservano ancora i giudici del Palazzaccio, anche la violazione dell’art. 1227, primo co. c.c., “in quanto la Corte territoriale ha lasciato, nella sostanza, irrisolto il punto nodale della condotta della vittima non facendo buon governo dell’art. 1227 c.c. E’ principio affermato da questa Corte che, se il fatto colposo del danneggiato può concorrere nella produzione dell’evento, il fatto che una strada risulti molto sconnessa con buche e rattoppi, indice di cattiva manutenzione non costituisce un’esimente per l’ente pubblico in quanto il comportamento disattento e incauto del pedone non è ascrivibile al novero dell’imprevedibile”.

L’ente proprietario di una strada, cioè, si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo immanente connesse alla struttura ed alla conformazione della stessa e delle sue pertinenze, “fermo restando che su tale responsabilità può influire la condotta della vittima, la quale, però, assume efficacia causale esclusiva soltanto ove sia qualificabile come abnorme, cioè estranea al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto, potendo, in caso contrario, rilevare ai fini del concorso causale ai sensi dell’art. 1227 c.c.

La condotta del danneggiato che entri in interazione con la cosa – concludono i giudici – si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso in applicazione anche ufficiosa dell’art. 1227 co. 1 c.c. richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., sicché quanto più la situazione di danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente prevedibili in rapporto alle circostanze tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisce un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale connotandosi per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro”. Ma nello specifico, quest’ultima circostanza non si era in alcun modo posta.

Il ricorso pertanto è stato accolto, la sentenza cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

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