Cannabis e guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti

La sentenza (la n. 3900/21 depositata il 6 febbraio 2021) è di quelle che faranno discutere a lungo: secondo la Cassazione, quarta sezione penale, per condannare il conducente di un veicolo per guida in stato di alterazione psicofisica sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, non basta aver desunto, attraverso gli esami del sangue, che questi si è fatto una “canna”: bisogna anche accertare, dai segnali esteriori, che si trovi anche, per l’appunto, in uno stato di alterazione tale da rendere pericolosa la guida.

 

Automobilista condannato per guida in stato di alterazione psicofisica ricorre per Cassazione

La vicenda. Un automobilista era stato ritenuto responsabile, prima dal Tribunale di Ivrea e poi, in appello, nel 2019, anche dalla Corte d’Appello di Torino, del reato di cui all’art. 187 comma primo del Codice della strada, per essersi posto alla guida di un’auto di proprietà di terzi in stato di alterazione psico-fisica per assunzione di sostanza stupefacente.

L’imputato ha quindi proposto ricorso anche per Cassazione adducendo due motivi di doglianza. Quello che qui preme (il primo, relativo all’omesso avviso della facoltà di farsi assistere da un avvocato, è stato rigettato, in quanto il ricorrente vi aveva comunque provveduto autonomamente) è il secondo, con cui l’automobilista rilevava che la disposizione dell’art. 187 C.d.S. punisce l’ipotesi della guida in stato di alterazione da assunzione di stupefacenti facendo riferimento all’attualità dell’assunzione, non desumibile da analisi biologiche, ma evincibile solo da una valutazione medico-clinica. E ricordava che la giurisprudenza ha escluso che lo stato di alterazione da stupefacenti potesse essere desunto dalla sola presenza di elementi sintomatici esterni, essendo necessario, al fine di provare l’attualità dell’uso, un accertamento connotato da conoscenze tecniche e specialistiche, assente nel caso di specie.

La Suprema Corte accoglie le doglianze

Per la Cassazione il motivo è fondato. La sentenza impugnata, secondo gli Ermellini, non aveva affrontato la questione della sussitenza dello stato di alterazione da sostanze stupefacenti, “accontentandosi della verifica della positività dell’esame ematico ai cannabinoidi”.

Perché si configuri il reato di cui all’art. 187 C.d.S. “non è sufficiente solo la positività alla sostanza, come nel caso di guida in stato di ebbrezza, essendo necessario che lo stato di alterazione psico-fisica sia conclamato e derivi dall’uso di droga” spiegano i giudici del Palazzaccio, rammentando il principio enunciato dalla stessa sezione della Suprema Corte, secondo il qualeai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 187 cod. strada, non è sufficiente che l’agente si sia posto alla guida del veicolo subito dopo aver assunto droghe ma è necessario che egli abbia guidato in stato di alterazione causato da tale assunzione”.

 

La differenza tra alterazione da alcool e da droghe

La distinzione fra lo stato di alterazione psicofisica per uso dì sostanza stupefacente di cui all’art. 187 C.d.S. e la guida sotto l’influenza dell’alcool, di cui all’art. 186 C.d.S. chiarisce poi la Cassazione – risiede tanto nell’indifferenza alla quantità di sostanza assunta, (che invece determina la diversa sanzione nell’ipotesi dell’alcool), quanto nella rilevanza dell’alterazione psicofisica causata dall’assunzione di droga. 

La scelta legislativa di ancorare la punibilità a presupposti diversi da quelli previsti per la guida in stato di ebbrezza, per configurare la quale è sufficiente porsi alla guida dopo aver assunto alcool oltre una determinata soglia, trova la sua ratio nell’apprezzamento della ritenuta maggior pericolosità dell’azione rispetto al bene giuridico tutelato della sicurezza stradale, che implica l’assenza di ogni gradazione punitiva a fronte dell’accertata alterazione psicofisica causata dall’assunzione di stupefacenti. Tanto è vero che la sanzione prevista dall’art. 187 comma I corrisponde alla più grave sanzione prevista dall’art. 186, comma II, lett. c) e così parimenti si sovrappongono le sanzioni previste per il caso in cui il conducente provochi un sinistro stradale.

Nondimeno, sotto diverso profilo, il legislatore, condiziona la punibilità all’effettivo accertamento non della mera assunzione della sostanza, ma di uno specifico stato di alterazione da quella derivante, con ciò intendendo la compromissione dei rapporti fra i processi psichici ed i fenomeni fisici che riguardano l’individuo in sé ed i suoi rapporti con l’esterno. Alla sintomatologia dell’alterazione, deve, dunque, accompagnarsi l’accertamento della sua origine e cioè dell’assunzione di una sostanza drogante o psicotropa, non essendo la mera alterazione di per sé punibile, se non derivante dall’uso di sostanza, né essendo tale il semplice uso non accompagnato da alterazione”.

 

Perché si configuri il reato cui all’art. 187 Cds va provato lo stato di alterazione

In altri termini, diversamente dall’ipotesi di guida sotto l’effetto di alcool, l’accertamento non può limitarsi né alla sola sintomatologia, né al solo accertamento dell’assunzione, ma deve compendiare i due profili. Ora, laddove quest’accertamento, senza dubbio più complesso di quello previsto per la guida in stato di ebbrezza alcolica, dia esito positivo “l’assenza di soglie implica di per sé l’integrazione del reato – prosegue la Suprema Corte – Ecco che, allora, è la constatazione esteriore della sintomatologia che deve determinare l’avvio del procedimento di cui all’art. 187 C.d.S, commi 2, 2 bis e segg., al fine di verificare se essa è correlata all’assunzione di sostanze droganti”.

Le modalità di accertamento previste dall’art. 187 C.d.S., tuttavia, non implicando necessariamente l’accertamento ematico (da ritenersi – ove positivo – risolutivo sulla causa scatenante l’alterazione) consentono di far risalire l’origine dell’alterazione psicofisica all’uso di droghe “anche attraverso accertamenti biologici diversi come l’esame delle urine, che seppure di per sé non esaustivi, sono certamente indicativi della pregressa assunzione. Il che consente, di volta in volta, di attribuirvi rilievo a seconda dell’intensità dell’alterazione psicofisica, della concentrazione dei metabolití e della tipologia di sostanza, di elementi di riscontro esterni che consentano di elidere l’eventuale equivocità degli altri dati”.

In questo senso, concludono gli Ermellini, va dunque letta la recente pronuncia citata secondo cui, “ai fini della configurabilità della contravvenzione di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti (art. 187 del cod. strada), lo stato di alterazione del conducente dell’auto non deve essere necessariamente accertato attraverso l’espletamento di una specifica analisi medica, ben potendo il giudice desumerla dagli accertamenti biologici dimostrativi dell’avvenuta precedente assunzione dello stupefacente, unitamente all’apprezzamento delle deposizioni raccolte e del contesto in cui il fatto si è verificato”.

 

Accertamento mancato nel caso in esame

Venendo al caso di specie, ad avviso degli Ermellini la motivazione della Corte territoriale è carente perché “omette ogni approfondimento sullo stato di alterazione psico-fisica da assunzione di stupefacenti, di cui all’art. 187, comma 1 C.d.S. limitandosi alla constatazione, da parte degli operanti, del sintomo del rossore degli occhi, senza affrontare, nondimeno, il riscontro di quegli elementi di elisione dell’equivocità del quadro risultante dagli accertamenti svolti, né ricordare che l’alterazione psico-fisica implica una modifica comportamentale che renda pericolosa la guida di un veicolo, diminuendo l’attenzione e la velocità di reazione dell’assuntore”.

Pertanto, la sentenza impugnata, “in assenza dell’indicazione degli elementi fin qui richiamati in ordine all’accertamento dello stato di alterazione da assunzione di stupefacenti”, è stata annullala senza rinvio, “perché il fatto non costituisce reato”.

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