La cartella clinica lacunosa come prova nei casi di malasanità

La difettosa tenuta della cartella clinica da parte dei sanitari, in un caso di malpractice medica, non può andare a scapito del paziente sul piano probatorio. A riaffermare con forza questo principio a tutela dei danneggiati la Corte di Cassazione, III sezione Civile, la quale, con la rilevante ordinanza n. 4421/21 depositata il 18 febbraio 2021, ha definitivamente respinto il ricorso di un medico condannato, unitamente alla struttura per la quale operava, a risarcire i genitori di un bambino per i gravissimi traumi riportati durante il parto: il sanitario, tra le altre cose, obiettava di aver messo in atto una serie di attività che non erano state riportate, per l’appunto, nella cartella medica.

 

I genitori di un bambino rimasto gravemente leso dopo il parto citano sul medico e l’Asl

Una coppia, in proprio e in qualità di genitori di un minore, avevano convento in giudizio, dinanzi al Tribunale di Napoli, la Asl, un medico e un’ostetrica, al fine di ottenere la loro condanna al risarcimento dei danni derivanti dalle gravissime lesioni (tetraparesi spastica) riportate dal bambino al momento della nascita.

Deducevano che, in sala parto, l’équipe medica aveva deciso di procedere, in presenza di una chiara difficoltà a partorire, all’estrazione del nascituro mediante ventosa, non operando alcuna scelta alternativa meno rischiosa per la madre e il bambino.

In primo e secondo grado dottore e Azienda sanitaria condannati a risarcire

Il Tribunale dava loro ragione dichiarando la responsabilità dell’Asl e del medico, e condannandoli in via solidale al risarcimento dei danni. La sentenza era stata quindi appellata dalla Azienda e in via incidentale dal medico, mentre i genitori, costituitisi a loro volta, avevano chiesto la conferma della pronuncia di prime cure, così come l’ostetrica, che non era stata ritenuta responsabile.

La Corte di Appello di Napoli, ritenendo che le parti appellanti non fossero state in grado di offrire la prova liberatoria, di cui all’art. 1218 c.c., che l’esito peggiorativo o infausto del parto fosse stato determinato da un evento imprevedibile ed inevitabile alla fine del periodo espulsivo, aveva rigettato le impugnazioni proposte, e confermato la sentenza del Tribunale in merito alla condanna al risarcimento dei danni e ponendo in carico alla Asl e al medico anche la rifusione delle spese di lite, sempre in via solidale tra loro.

Il ginecologo ricorre per Cassazione, che però respinge le doglianze

Contro quest’ultima pronuncia il medico ha proposto ricorso anche per Cassazione, al quale il papà e la mamma del minore hanno resistito. Ma la Suprema Corte ha rigettato le doglianze del sanitario, ritenendo che la Corte territoriale avesse applicato adeguatamente il principio di diritto, confermato anche dalla stessa Cassazione in materia di responsabilità sanitaria, secondo il quale è “onere del creditore della prestazione sanitaria provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità tra l’aggravamento o l’insorgenza della situazione patologica e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice (ossia il sanitario e la struttura in cui egli opera) provare la causa imprevedibile dell’impossibilità dell’esatta esecuzione della prestazione.

 

Le lacune della cartella clinica non possono penalizzare i pazienti

Il medico, tra le varie doglianze, aveva lamentato il fatto che nella decisione del giudice d’appello avesse influito la mancanza di indicazione degli interventi che egli aveva effettuato nella fase finale del parto, lacuna che aveva condotto a ritenere provato il collegamento causale tra fatto e danno. Questo perché la cartella clinica era incompleta, non essendo state annotate le attività medico-sanitarie espletate per l’appunto nella fase ultima del parto.

Ma qui la Cassazione ha ribadito con forza il principio secondo il quale “la difettosa tenuta della cartella clinica da parte dei sanitari non può pregiudicare sul piano probatorio il paziente, cui anzi – in ossequio al principio di vicinanza della prova – è dato ricorrere a presunzioni qualora sia impossibile la prova diretta a causa del comportamento della parte contro la quale doveva dimostrarsi il fatto invocato.

Tali principi operano non solo ai fini dell’accertamento dell’eventuale colpa del medico, ma anche in relazione alla stessa individuazione del nesso eziologico fra la sua condotta e le conseguenze dannose subite dal paziente”.

E in ogni caso, gli Ermellini hanno evidenziato come, dalla testimonianza resa da una teste presente in sala parto, fosse emersa anche la mancanza di un’adeguata sorveglianza da parte del medico sulla partoriente, lasciata nelle mani dell’ostetrica per assistere un’altra puerpera, sopraggiunta nel frattempo.

Il conclusione, secondo i giudici del Palazzaccio la Corte napoletana ha giustamente ritenuto che non sia sufficiente a escludere la responsabilità del medico accertare l’insorgenza di una complicanza, dovendosene anche dimostrare l’imprevedibilità e l’inevitabilità, nonché l’adeguatezza della condotta del sanitario per porvi rimedio. Il corretto adempimento della prestazione sanitaria avrebbe potuto evidenziare tempestivamente la sofferenza fetale ed anticipare l’intervento estrattivo, eliminando o riducendo gli effetti dannosi.

La Terza Sezione civile della Corte di Cassazione ha pertanto dichiarato inammissibile il ricorso principale, confermando la condanna del dottore e dell’Asl, in via solidale tra loro, al  risarcimento dei danni cagionati al bambino e ai suoi genitori, oltre che al pagamento delle spese dell’ulteriore grado di giudizio.

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