Le responsabilità del datore negli infortuni sul lavoro

Con le recenti ordinanze n. 3763/21 e 1399/21, depositate, rispettivamente, il 12 febbraio e il 22 gennaio 2021, la Corte di Cassazione ha chiarito alcuni importanti principi in tema di infortuni sul lavoro richiamando alle loro responsabilità i datori o quanti detengano posizioni di garanzia nell’impresa, come gli amministratori unici.

 

L’Inail cita un’azienda per la recuperare le spese sostenute per un operaio infortunatosi

La prima vicenda riguarda un grave incidente occorso nel 2004 ad un operaio, dipendente di una cooperativa, in una grossa azienda di impianti lombarda presso la quale operava in forza di un contratto di fornitura di lavoro temporaneo. L’Inail lo aveva indennizzato con varie prestazioni per un totale di 373.787 euro e aveva pertanto citato in giudizio la società avanti il Tribunale di Cremona, sezione lavoro, chiedendone la condanna alla rifusione di questo importo.

L’azienda si era costituita e, oltre a contestare la pretesa, aveva chiamato in causa il proprio assicuratore della responsabilità civile, la compagnia Groupama, chiedendo di essere tenuta indenne in caso di accoglimento della domanda, che invece, con sentenza del 2016, in primo grado era stata alla fine rigettata dai giudici, avendo essi ritenuto carente la prova del fatto che l’infortunio fosse stato causato da un difetto di manutenzione dei macchinari a cui l’operaio era addetto.

L’Inail aveva appellato la decisione e la Corte d’appello di Brescia, nel 2017, riformando la sentenza di prime cure, aveva accolto il gravame e condannato l’azienda a rifondere all’Inail dell’importo suddetto e la compagnia Groupama a rivalere a sua volta la sua assicurata.

I giudici territoriali avevano ritenuto che, nel caso di appalto di manodopera, fosse invocabile nei confronti del committente la presunzione di cui all’articolo 2087 del codice civile, che il macchinario fosse pericoloso, e che fosse onere dell’impresa provare di aver impartito adeguate informazioni e istruzioni all’operaio sulla pericolosità della macchina e sul corretto modo d’uso, prova che non sarebbe stata fornita.

Per l’assicurazione unico colpevole era il lavoratore

Groupama e anche l’azienda, in liquidazione, hanno proposto ricorso per Cassazione. Secondo la compagnia, in particolare, la Corte d’appello avrebbe “incongruamente motivato l’interpretazione del materiale istruttorio” privilegiando le dichiarazioni del capo officina, e avrebbe invece erroneamente sottovalutato quella che a suo dire era la vera e unica causa del sinistro, e cioè una condotta imprudente del lavoratore.

Il sinistro, cioè, si sarebbe dovuto ascrivere ad una scelta volontaria e deliberata del lavoratore, il quale avrebbe coscientemente deviato, per finalità personali, dalle normali modalità di lavorazione, provocando a se stesso l’infortunio e il danno: il cosiddetto “rischio elettivo”. E con il secondo motivo la ricorrente è scesa nel dettaglio, rilevando che il macchinario che aveva causato l’infortunio aveva un doppio dispositivo di sicurezza e che era stato il lavoratore a porre in essere una condotta estranea alle finalità del lavoro assegnato, rendendo di fatto inoperante tale dispositivo.

 

La condotta dell’infortunato non è stata abnorme

Ma per la Suprema Corte il motivo è in primo luogo inammissibile, “perché nella sostanza censura la valutazione delle prove” che, com’è noto, non rientra nella sfera di giudizio della Cassazione, ma infondato anche nel merito, così come il secondo strettamente collegato. “In tema di infortuni sul lavoro, infatti – spiegano gli Ermellini – è configurabile un concorso colposo della vittima solo nel caso di c.d. “rischio elettivo”. Esso però non può dirsi sussistere solo perché un operaio sia stato imprudente. Il datore di lavoro, infatti, giusta la previsione di cui all’art. 2087 c.c., ha il dovere di prevenire anche le imprudenze dei suoi lavoratori: vuoi istruendoli adeguatamente, vuoi controllandone l’operato, vuoi dotandoli di strumenti e mezzi idonei e sicuri.

Tali principi sono più che consolidati nella giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale la responsabilità esclusiva del lavoratore per c.d. “rischio elettivo” sussiste soltanto ove questi abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, cosi da porsi come causa esclusiva dell’evento e creare condizioni di rischio estranee alle normali modalità del lavoro da svolgere”. La Suprema Corte ribadisce dunque che va esclusa la configurabilità di una colpa a carico di lavoratori che (pure) non si siano attenuti alle cautele imposte dalle norme antinfortunistiche o alle stesse direttive dei datori di lavoro, proprio perché “il vigilare sul rispetto di tali norme da parte del proprio dipendente è l’obbligo a cui il datore di lavoro è tenuto”.

 

Datore tenuto a informare il lavoratore anche in regime di somministrazione di manodopera

La Cassazione entra anche in un’altra questione interessante sollevata dalla ricorrente, quella del rapporto di lavoro in regime di somministrazione di manodopera. In questi casi, secondo Groupama, il committente (e quindi l’azienda assicurata e condannata al risarcimento) andrebbe chiamata a rispondere ex art. 2087 solo nel caso di infortuni causati da macchinari non conformi alle norme infortunistiche e non anche da quelli determinati non da anomalie operative della macchina, ma da uno scorretto uso da parte dell’addetto. Questo perché questo tipo di contratto di fornitura di lavoro temporaneo addosserebbe al committente solo oneri di protezione, ma non di formazione dei lavoratori

Ma per i giudici del Palazzaccio anche questa censura è infondata, “innanzitutto perché si fonda su un presupposto erroneo – sottolinea la Suprema Corte -, e cioè che che nel contratto di appalto di lavori da eseguirsi all’interno dell’opificio del committente, quest’ultimo non abbia anche oneri informativi verso i lavoratori”, che  invece ci sono tutti. E in ogni caso, aggiunge la Cassazione, era stato ampiamente provato dalla Corte d’appello che quel macchinario era mal funzionante, “perché in caso diverso non avrebbe dovuto consentire l’apertura del “cancelletto” di protezione e l’accesso del lavoratore alle parti in movimento”.

Per la cronaca, è stato invece accolto il motivo di ricorso dell’azienda che lamentava unicamente il fatto che nella sentenza d’appello la compagnia di assicurazione non fosse stata condannata a tenerla indenne anche delle spese di soccombenza nei confronti dell’Inail. Confermata dunque la condanna a Gropuama a rifondere all’Inail le spese sostenute per le prestazioni di cui ha avuto bisogno il lavoratore infortunato più quella a rifondere le spese di lite e anche quelle del giudizio di legittimità.

 

L’amministratrice unica di una società fallita condannata anche qui a ripagare l’Inail

Come l’ordinanza n. 1399/21, invece, la sezione Lavoro della Suprema Corte si è occupata in particolare di ruoli di garanzia.  Con sentenza del 2013, la Corte di Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del 2010 del tribunale di Cassino, aveva condannato l’amministratrice unica di una società già fallita, a rimborsare anche qui all’Inail la somma di 610.60, oltre accessori e spese, già pagata a un lavoratore rimasto gravemente infortunato a titolo di rendita per un’inabilità permanente residuata del 85%, mentre aveva rigettato l’analoga domanda di regresso dell’Istituto nei confronti del capo officina della azienda.

La Corte territoriale aveva ritenuto, quanto alla posizione dell’amministratore unico, che la delega di funzioni data dall’amministratore al capo officina non comprendesse poteri di spesa e non escludesse la responsabilità per omesso controllo e vigilanza sui compiti delegati, atteso in particolare la non rilevante dimensione aziendale. Il capo officina, peraltro, il giorno dell’infortunio era assente per ferie, lavorava in genere nel solo turno diurno e non era a conoscenza della disattivazione dei dispositivi di sicurezza che i colleghi facevano solo di notte.

La ricorrente lamenta il fatto di non essere il datore di lavoro

L’amministratrice della società ha quindi proposto ricorso per Cassazione lamentando in primis il fatto che i giudici d’appello avessero applicato a fondamento della sua responsabilità l’articolo 2050 c.c., sebbene l’amministratore unico non fosse il datore di lavoro. Ma per la Suprema Corte la doglianza è del tutto infondata. “In materia di sicurezza sul lavorospiegano gli Ermellini – trova applicazione la nozione di datore di lavoro non in senso lavoristico ma in senso prevenzionale, e tale figura – per espressa definizione normativa della nozione relativa – comprende non solo il datore di lavoro formale ma proprio la figura dell’amministratore unico, il quale è titolare dei poteri decisionali e di spesa in materia”.

 

Anche l’amministratore è titolare di posizione di garanzia

La ricorrente era dunque titolare di specifica posizione di garanzia connessa alla funzione di amministratrice della società rispetto alla quale vi era una precisa responsabilità in tema di prevenzione e sorveglianza degli obblighi antinfortunistici, con conseguente responsabilità ex articolo 2087 e 2050 c.c. 9.

Tale responsabilità – proseguono i giudici del Palazzaccio – sussiste anche in relazione al regresso esperito dall’ente previdenziale (“jure proprio”) ai sensi degli artt. 10 ed 11 del d.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124, azione esperibile non solo nei confronti del datore di lavoro, ma anche verso i soggetti responsabili o corresponsabili dell’infortunio a causa della condotta da essi tenuta in attuazione dei loro compiti di preposizione o di meri addetti all’attività lavorativa, giacché essi, pur essendo estranei al rapporto assicurativo, rappresentano organi o strumenti mediante i quali il datore di lavoro ha violato l’obbligo di garantire la sicurezza nel luogo di lavoro, senza che a ciò sia di ostacolo la possibile affermazione della loro responsabilità solidale atteso che l’art. 2055 cod. civ. consente la diversità dei rispettivi titoli di responsabilità”.

Per inciso, la Suprema Corte ha rigettato anche in questo caso la censura mossa dalla ricorrente circa il presunto comportamento abnorme dei lavoratori che avrebbero disattivato le misure di sicurezza, a fronte del funzionamento corretto del macchinario.

Motivo anche questo infondato in quanto – repetita iuvant – “la corte di appello ha considerato le mansioni dell’amministratrice ma ne ha fondato la responsabilità sulla sua posizione di garanzia e sulla mancata vigilanza del rispetto concreto delle misure di sicurezza, tanto più nei confronti del lavoratore poi infortunatosi, che aveva solo contratto di formazione e lavoro, e nei cui confronti doveva essere apprestata una più intensa tutela”, escludendo invece la rilevanza del comportamento dei lavoratori ritenuto non abnorme, “e costituendo esso proprio il comportamento che la misura di sicurezza inattuata mirava a prevenire, restando irrilevante il pregresso corretto funzionamento dei macchinari, ove l’evento si sia comunque verificato in correlazione con l’omessa misura di sicurezza”.

Anche qui, pertanto, condanna dell’amministratrice confermata.

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