La perizia medico legale è importante, ma non decisiva

La perizia medico legale, tanto più in casi di presunta malpractice medica, è uno strumento fondamentale per chiarire cause e responsabilità del pregiudizio in questione, ma il fatto che i giudici abbiano ritenuto di non disporla a fronte di una situazione già sufficientemente chiara non può essere addotto come motivo per mettere in discussione la loro decisione.

A chiarire il concetto la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 34742/20 depositata il 7 dicembre 2020, con la quale gli Ermellini hanno definitivamente condannato un medico protagonista di un grave errore in sala operatoria.

 

Medico condannato per aver scordato una garza nel sito chirurgico di una paziente

La Corte d’appello di Bologna, con sentenza del 2019, aveva confermato la condanna (penale e civile) di una dottoressa per il reato di lesioni colpose gravi ai danni di una paziente: la sanitaria, in qualità di medico chirurgo presso l’ospedale civile di Piacenza, nel 2013, durante un intervento di  sostituzione del generatore del pacemaker a una donna, aveva dimenticato di rimuovere dalla tasca sottocutanea una garza, cagionando alla malcapitata l’insorgere di un processo infiammatorio ed infettivo. Una seria complicanza che aveva reso necessario un ulteriore, successivo intervento chirurgico  di rimozione del dispositivo, bonifica della tasca e re-impianto di un nuovo dispositivo in sede addominale, causando una prognosi  protrattesi per oltre 90 giorni.

La Corte territoriale, dopo avere esposto le ragioni in fatto e in diritto a sostegno della decisione, aveva dato atto che alla data dell’udienza di discussione l’imputata aveva provveduto a versare alle parti civili le somme riconosciute a titolo di provvisionale dal primo giudice, oltre a formalizzare un’offerta reale in favore della paziente di ulteriori tremila euro. Tali importi, tuttavia, erano stati ritenuti insufficienti dai giudici di merito per ritenere sussistente la causa di estinzione del reato ex art. 162-ter cod. pen. invocata dalla difesa dell’imputata, che era stata dunque condannata.

La dottoressa ha quindi proposto ricorso per cassazione. Il legale del medico ha innanzitutto contestato la decisione dei giudici territoriali circa la causa di estinzione del reato, asserendo che la sua assistita avrebbe risarcito il danno cagionato alla persona offesa tempestivamente ed integralmente. Ma il motivo che qui preme riguarda la doglianza per il mancato svolgimento di una prova decisiva costituita, appunto, da una perizia sulla causa delle lesioni patite dalla persona offesa e sulla loro entità.

Secondo la ricorrente, al riguardo le argomentazioni dei giudici di merito sarebbero state censurabili in quanto improntate al semplicistico criterio secondo cui “post hoc-propter hoc”. Per il medico, la mancata assunzione di una perizia, quale prova decisiva che avrebbe definitivamente chiarito le cause di insorgenza dell’infezione, sarebbe stata conseguenza di “argomentazioni illogiche e apodittiche”.

 

La perizia non è prova decisiva

La Suprema Corte tuttavia ha rigettato sia il primo motivo sia il secondo, entrambi infondati. “In primo luogo – premettono gli Ermellini contro-deducendo alla seconda doglianza -,  la perizia non può mai essere considerata una prova decisiva, sulla scorta del consolidato insegnamento della Corte regolatrice per cui la mancata effettuazione di un accertamento peritale non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art.606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato, attraverso il richiamo all’art. 495, comma 2, cod. proc. pen., si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività

Fatta questa fondamentale premessa, i giudici del Palazzaccio, entrando nel merito, ritengono le argomentazioni della Corte territoriale in punto di nesso causalelogiche e coerenti con il materiale probatorio, essendosi basate sugli accertamenti tecnici dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero e della parte civile, nonché su ulteriori elementi indiziari

 

Il quadro probatorio era già chiaro a sufficienza

La Suprema Corte rammenta che i sintomi di infezione erano insorti solo a seguito dell’intervento e si erano manifestati pochi giorni dopo l’operazione, proprio nella tasca sottocutanea dove era stata lasciata la garza; aggiunge che la presenza di un qualsiasi corpo estraneo tende a determinare una reazione infiammatoria del tipo riscontrato nella paziente e che, con la rimozione della garza, la patologia era scomparsa definitivamente, con piena guarigione della donna”.

Si tratta – conclude la Cassazione – di un percorso motivazionale congruo e non manifestamente illogico, che, nel pieno rispetto dei principi in materia di accertamento del nesso causale delineati dalle note sentenze Franzese e Espenhahn, ha svolto correttamente il richiesto giudizio di alta probabilità logica, fondandolo sia su un ragionamento di deduzione logica basato sulle generalizzazioni scientifiche, sia su una valutazione di tipo induttivo elaborata attraverso le caratteristiche e particolarità del caso concreto”. Dunque, condanna per la dottoressa confermata.

Condividi sui Social

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *