Responsabilità del coordinatore della sicurezza nei cantieri

Quali sono i compiti del coordinatore della sicurezza di un cantiere? E quando, in caso di infortunio, egli è chiamato a risponderne? Per approfondire doveri e responsabilità di questa importante figura risulta particolarmente preziosa la sentenza n. 33415/20 depositata il 27 novembre 2020 con la quale la Corte di Cassazione ha definitivamente confermato le statuizioni civili a carico di un professionista che espletava per l’appunto la funzione di coordinatore per l’esecuzione di lavori edili.

 

Datore di lavoro e coordinatore della sicurezza condannati per omicidio colposo

La Corte di Appello di Roma aveva confermato la sentenza con cui due imputati, uno in qualità di datore di lavoro, e l’altro di coordinatore della sicurezza del cantiere in fase esecutiva, erano stati condannati alla pena sospesa di un anno di reclusione e al risarcimento dei danni nei confronti della costituita parte civile per il reato di omicidio colposo in concorso, con l’aggravante di essere stato commesso in violazione delle norme antinfortunistiche, per aver posto in essere con le loro omissioni le condizioni che avevano determinato, il 28 marzo 2003, il decesso di un operaio, precipitato da una scala in costruzione da un’altezza di circa cinque metri.

Al coordinatore della sicurezza, in particolare, era stato contestato il fatto di non aver assicurato l’applicazione delle disposizioni contenute nei piani di sicurezza e delle relative procedure di lavoro e di non aver adeguato i suddetti piani individuando misure idonee a prevenire i rischi connessi alle attività da svolgere.

 

Il concetto di “alta vigilanza”

Quest’ultimo (il datore di lavoro non ha fatto altrettanto) ha quindi proposto ricorso per Cassazione, lamentando, tra le varie doglianze, che la Corte territoriale non si fosse pronunciata sulla “assoluta adeguatezza” del piano di sicurezza, che prevedeva l’installazione di ponteggi intorno al fabbricato in corso di realizzazione, e che non richiedeva, pertanto, a suo dire alcuna integrazione.

Secondo l’imputato, poi, i giudici non avrebbero correttamente valutato la sua posizione di mero coordinatore, tenuto ad “un’alta vigilanza”, che non poteva tradursi in un controllo puntuale delle singole attività e non andava confuso con la vigilanza operativa, spettante al datore di lavoro, attribuendogli in questo modo la responsabilità per un incidente correlato all’estemporaneo sviluppo dei lavori.

Il coordinatore della scurezza ha inoltre sostenuto che la Corte d’Appello non avrebbe tenuto conto delle prove da cui si evinceva la sua presenza assidua in cantiere, anche il giorno prima rispetto a quello del sinistro, e del tempo esiguo necessario per realizzare il dispositivo di sicurezza necessario ad evitare il decesso, ossia una cassaforma in tavolato di legno. Ancora, contestava il fatto che si fosse affermato che il manufatto, nella sua interezza, era privo di ponteggi, mentre essi mancavano solo su una facciata, ed era sufficiente un giorno per il relativo smontaggio, e infine evidenziava l’intervenuta prescrizione già in epoca anteriore alla sentenza di appello.

Su quest’ultimo, essenziale punto, la Cassazione chiarisce che il reato in questione, risalente come detto al 28 marzo 2003, risultava effettivamente prescritto, anche se     successivamente alla sentenza di appello, in data 2 marzo 2019. Pertanto, la sentenza impugnata è stata annullata senza rinvio, agli effetti penali, per essere il reato contestato estinto per prescrizione.

Diverso però il discorso relativo alle altre doglianze che la Suprema Corte ha esaminato agli effetti civili ai sensi dell’art. 578 cod. proc. pen., il quale stabilisce che, quando nei confronti dell’imputato sia stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, debbano decidere sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi per l’appunto civili.

 

I compiti del coordinatore

Gli Ermellini premettono innanzitutto che, in tema di infortuni sul lavoro, il coordinatore per l’esecuzione dei lavori, oltre ai compiti che gli sono affidati dall’art. 5 del d.lgs. n. 494 del 1996 (ed oggi dall’art. 92 del d.lgs. n. 81 del 2008), “ha una autonoma funzione di “alta vigilanza” circa la generale configurazione delle lavorazioni che comportino rischio interferenziale, ma non è tenuto anche ad un puntuale controllo, momento per momento, delle singole attività lavorative, che è invece demandato ad altre figure operative (datore di lavoro, dirigente, preposto), salvo l’obbligo, previsto prima dall’art. 5, comma 1, lett. b, e ora dall’art. 92, lett. f), del d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81, di adeguare il piano di sicurezza in relazione all’evoluzione dei lavori e di sospendere, in caso di pericolo grave e imminente direttamente riscontrato, le singole lavorazioni fino alla verifica degli avvenuti adeguamenti da parte delle imprese interessate”.

La Cassazione pertanto conviene sulla circostanza che il coordinatore per l’esecuzione dei lavori non risponde di quelle violazioni “che non siano strutturali, ma solo occasionali ed estemporanee e che non è tenuto a prevenire ed evitare con una presenza assidua e costante sul cantiere”.

Questa figura risponde delle macroscopiche lacune nei presidi di sicurezza

La Suprema Corte aggiunge però che egli risponde, invece, di tutte quelle macroscopiche lacune nei presidi di sicurezza, in sede esecutiva, che sono state rese possibili proprio dalla sua negligente vigilanza circa la generale configurazione del cantiere”, e tra queste si può certamente annoverare “l’assenza dei ponteggi o delle impalcature (su una sola facciata o sull’intero manufatto)

Inoltre, proseguono i giudici del Palazzaccio, questa funzione di alta vigilanza ha ad oggetto “esclusivamente il rischio cosiddetto generico, relativo alle fonti di pericolo riconducibili all’ambiente di lavoro, al modo in cui sono organizzate le attività, alle procedure lavorative ed alla convergenza in esso di più imprese: ne consegue che il coordinatore non risponde degli eventi riconducibili al cosiddetto rischio specifico, proprio dell’attività dell’impresa appaltatrice o del singolo lavoratore”.

 

La mancanza di ponteggi rientra di certo nel “rischio generico”

Venendo al caso di specie, la Cassazione sottolinea come dall’inchiesta fosse emerso che presso il cantiere mancava il parapetto a protezione della scala in costruzione, necessario a evitare il rischio di caduta dall’alto, e che il lato dell’edificio su cui era avvenuto l’infortunio era privo di strutture di protezione: “non solo la scala in corso di realizzazione era priva di qualsiasi sicura protezione ma anche il manufatto nella sua interezza era privo di quelle opere provvisionali (ponteggi, impalcature, parapetti) che, se realizzate, avrebbero impedito la verificazione dell’evento” concludeva la sentenza di secondo grado.

A fronte di tali premesse, il ricorso non poteva essere accolto, “in quanto le doglianze formulate – spiegano gli Ermellini – non risultano decisive, essendo inidonee ad escludere la principale condotta contestata (di mancata alta vigilanza), a cui è stata ricondotta dai giudici di merito la responsabilità del coordinatore”.

I giudici del Palazzaccio osservano anche come il ricorrente si fosse limitato a proporre una diversa ricostruzione dei fatti rispetto a quella operata in sentenza, denunciando un asserito travisamento delle prove, ma come avesse anche confermato, egli stesso, che, da un lato, il piano di sicurezza prevedeva l’installazione di ponteggi intorno al fabbricato in corso di costruzione e, dall’altro lato, che proprio sul lato ove la vittima lavorava ed era precipitata mancava il ponteggio. “E la prospettazione difensiva, in base alla quale il ponteggio sarebbe stato smontato nella notte o, comunque, successivamente al suo ultimo accesso in cantiere – va a concludere la Suprema Corte –, è un’allegazione di fatto, inammissibile in sede di legittimità. Né il ricorrente è stato in grado di indicare le prove, non valutate dai giudici di merito, idonee a dimostrare tale circostanza”.

In conclusione la sentenza è stata annullata agli effetti penali, per l’intervenuta prescrizione del reato, ma il ricorso è stato rigettato agli effetti civili e, quindi, è stato confermato il risarcimento stabilito per i familiari della vittima.

 

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