Il disturbo da stress post traumatico e il ruolo del terapeuta

I dati Istat non lasciano spazio a dubbi interpretativi: gli incidenti stradali rappresentano una delle principali cause di morte che coinvolgono sempre più giovani vite. Si tratta di morti improvvise, violente ma anche evitabili, perché molte volte sono il frutto di comportamenti incoscienti e negligenti: si pensi a quante persone guidano usando il cellulare (nonostante ciò sia sanzionato dalla legge), o alla diffusione dell’uso di sostanze ormai non più relegato al fine settimana e ad altre variabili e fattori che incidono sulla concentrazione e sulla capacità di stare alla guida. Basta un attimo, una disattenzione e l’impatto sopraggiunge inevitabile. E fatale.

In questi casi, al dolore struggente per la perdita di un proprio caro (genitore, figlio, coniuge…), si aggiunge la rabbia che blocca, o comunque rende più complicato, il processo fisiologico di cicatrizzazione della ferita conseguente al lutto, in quanto esso poteva essere evitato. Dal momento che gli incidenti stradali sono la principale causa di morte per i giovani, sono soprattutto i genitori che possono essere colpiti dalla perdita: una perdita che va a minare una progettualità che avevano immaginato e costruito.

 

Le gravi ripercussioni psicologiche per i familiari delle vittime di incidenti, specie giovani

Le tragedie della strada risvegliano angosce e fantasmi nella mente collettiva perché sono inspiegabili, irrazionali, imprevedibili: semplicemente, ci si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato e la vita non è più la stessa nel giro di pochi secondi, sia per chi muore, sia per chi sopravvive con postumi gravi, sia per i familiari. Ai danni fisici, infatti, molto spesso si accompagnano conseguenze psicologiche che cambiano per sempre la vita delle persone.

A seguito della morte di una persona alla quale si è profondamente legati si attiva il lutto, vale a dire una risposta fisiologica caratterizzata da una successione di reazioni psicologiche, comportamentali, sociali e fisiche. Non va tralasciato, però, il fatto che l’incidente si colloca in modo improvviso nella vita dei protagonisti (vittima e congiunti), ma in quale momento? Con che emozioni sta/stava facendo i conti sia la vittima sia chi rimane?

Molte volte nella pratica professionale si ascoltano le storie di chi sopravvive alla perdita di un congiunto ed il racconto fa entrare nelle vite di sconosciuti per scoprire cosa era successo poco prima: una telefonata, un whatsapp, lo scambio di due battute sull’uscio di casa, un bacio dato al volo, ma soprattutto un bacio non dato, una frase non detta od una parola detta di troppo che poi ci si pente di aver proferito, ma a cui si conta di porre rimedio pensando che tanto, dopo, ci si rivede e si può chiarire tutto, domandare scusa, riabbracciarsi. Invece no, il destino è in agguato e quel “dopo” diventa “mai più”.

E’ a queste emozioni, soprattutto al senso di colpa, che è importante dare uno spazio di accoglienza senza giudizio in cui provare a collocare e a trovare un senso a tutto quello che è successo. Questo spazio è il lavoro di supporto che gli specialisti offrono.

 

Quanto il lutto ha un’evoluzione patologica e i sensi di colpa

Nella maggior parte dei casi, piano piano, si arriva ad una crescente accettazione della morte e al graduale ripristino della capacità di reinvestire in nuovi interessi, nuove attività e relazioni, recuperando un funzionamento adattivo ed un progressivo ritorno alla quotidianità.

In alcuni casi, invece, emerge una risposta patologica di lutto in cui si verifica una mancata progressione verso la risoluzione, con conseguente difficoltà a riconoscere l’irreversibilità della perdita e a riprendere la propria vita. In queste situazioni gli individui vanno incontro a una vera e propria distruzione della propria percezione del mondo e vengono sommersi da sentimenti di paura, confusione e disperazione. Vi è la ricerca di qualcosa che possa annullare quanto successo o che possa far recuperare un qualche senso di controllo e di padronanza sulla nostra vita. “Se soltanto non avessi permesso a mio figlio di prendere l’auto e l’avessi accompagnato io, ora sarebbe ancora vivo”: un pensiero del genere porta sì ad un senso di responsabilità per la morte del figlio, con conseguente auto-rimprovero, ma allo stesso tempo tenta di ripristinare l’illusione del controllo che placa l’assordante ed intollerabile sentimento di impotenza.

 

Il Disturbo da stress post-traumatico

Il caso degli incidenti stradali mortali, o con lesioni gravi, è classificato a maggior rischio per la comparsa di Lutto Complicato e Disturbo da Stress Post-Traumatico per i familiari, perché i decessi presentano delle caratteristiche peculiari che li differenziano dalle morti naturali o per malattia. La ricerca scientifica ha indicato che il recupero di un senso di sicurezza per i familiari delle vittime di un incidente stradale riduce progressivamente gli effetti psicologici negativi dell’impatto dell’evento e limita il rischio di sviluppare una sintomatologia post-traumatica nei mesi successivi.

La formazione, l’esperienza e la modalità di comunicazione sono variabili fondamentali per il processo di elaborazione del lutto e per il benessere emotivo dei destinatari. I familiari ricorderanno sempre la modalità con la quale hanno ricevuto questa terribile notizia, per cui il dignitoso rispetto e l’empatia dovrebbero essere i pilastri per gli operatori incaricati di comunicare il nefasto evento, proprio perché da qui inizia il processo d’ integrazione.

 

L’intervento del terapeuta

L’intervento di supporto dovrebbe concentrarsi anche sull’aiuto nel processo di normalizzazione delle rispose emotive, che naturalmente è molto elevato di fronte ad un evento che minaccia l’esistenza e l’integrità di un individuo ma che, se permane, finisce per interferire con il suo normale funzionamento. Gli interventi psicologici di emergenza e di supporto ai familiari delle vittime di incidenti, dunque, non mettono al centro dell’attenzione una patologia da curare, ma una normalità da preservare e da recuperare, un cammino interrotto da riprendere nel modo più adattivo possibile.

Allora appare evidente che ogni persona va accolta non secondo un modulo standard ma valutandone le caratteristiche ed il funzionamento, le modalità con le quali usualmente essa affronta gli eventi impegnativi e stressanti della vita. Si valuta quindi di organizzare uno spazio/tempo di ascolto ed accoglimento sin dal primo momento, in modo che il congiunto possa esprimere ciò che vive, che sente, oltre al fatto di poter far conoscere la persona che non c’è più ad un interlocutore sconosciuto (il terapeuta).

Il supporto psicologico e la terapia

Bisogna osservare come il lutto si evolve fisiologicamente e poi si può decidere se trasformare il supporto psicologico in terapia che aiuti a far diventare ciò che è successo un’opportunità di cambiamento migliorativo e non in un quadro psicopatologico franco.

Chi rimane ha un compito impegnativo che riguarda il perdono ed il perdonarsi per quello che avrebbe potuto fare, dire, evitare; risulta importante lavorare per trasformare emozioni che, se permangono troppo a lungo, creano ristagno e sono “fragilizzanti”. L’amore e i sentimenti positivi che abbiamo per il congiunto che non c’è più devono sublimarsi in energia per far sì che la nostra vita riprenda, e lo faccia portando con sé una presenza psichica di chi comunque ha avuto un ruolo centrale nella nostra vita, ma senza congelare le nostre potenzialità e bloccare il nostro cammino. Non dimentichiamo che dopo ogni incidente grave, accanto alla disperazione più profonda, inizia un altrettanto lungo ed estenuante iter legale per individuare responsabilità, punire i responsabili ed assicurare alle vittime o ai loro familiari un equo risarcimento.

Dunque, l’assistenza psicologica va offerta alle vittime di incidenti stradali e ai loro familiari, per superare le conseguenze psicologiche legate a danni fisici permanenti o alla perdita di una persona cara. Il trauma psicologico, sebbene abbia un carattere di oggettiva gravità, è sempre definito in rapporto alle capacità del soggetto di sostenerne le conseguenze. L’evento traumatico, appunto, è un evento che sovrasta la capacità di resistenza dell’individuo e che stabilisce una profonda spaccatura tra un “prima” dotato di significato ed un “dopo” in cui non si riesce più a cogliere nessun senso. La forza del trauma spezza quel filo che lega passato-presente-futuro.

Un tempestivo intervento di supporto psicologico in questi casi serve per impedire che le vittime primarie e secondarie del trauma non rimangano intrappolate in un eterno presente congelato e condannate così ad una morte “simbolica”, dove il passato diventa presente ed il futuro si configura come una ripetizione senza senso. E’ qui che possono inserirsi flashback, paura, rabbia, dolore, insicurezza, senso di irrealtà che paralizzano la capacità di progredire, di continuare nel cammino della vita.

 

Le diverse reazioni caso per caso

Ognuno a questo punto attua specifiche e peculiari strategie di coping quali ad esempio l’evitamento, tentativi di dimenticare, rimuovere, cancellare, eccessiva ricerca di vicinanza e dipendenza, ipercelebrazione di chi non c’è più ed altro ancora. Il terapeuta si trova di fronte ad una persona pervasa dal senso di sfiducia ed impotenza ed è quindi fondamentale creare un contatto caratterizzato da una forte co-partecipazione emotiva, pur rimanendo professionali. Molteplici ricerche hanno messo in evidenza che un approccio tempestivo di tipo supportivo favorisce una migliore elaborazione del trauma impedendo che questo ostacoli la persona e consenta il cronicizzarsi di psicopatologie.

Naturalmente non tutti gli individui soggetti ad un evento traumatico sviluppano sintomi invalidanti e soprattutto cronici, bensì in base ad una serie di variabili (funzionamento di personalità pregresso, strategie di coping utilizzate, credenze, aspetti culturali e religiosi, resilienza…) essi possono progressivamente riprendersi senza il ricorso ad aiuti specialistici; per altri, invece, riprendere una vita normale e serena può, a volte, essere molto complicato. Il supporto psicologico è fondamentale per permettere di recuperare le risorse psicologiche con cui superare il disturbo.

Un aiuto necessario quando la sintomatologia collegata alla tragedia altera la qualità di vita

La necessità di rivolgersi ad uno specialista è necessaria quando la sintomatologia psichica collegata all’evento traumatico (ansia, agitazione, irrequietezza, disturbi del sonno, evitamento delle situazioni che ricordano il trauma etc.) è tale da minacciare e alterare la qualità della vita dell’individuo. Alcune volte al lavoro di supporto psicologico – che verrà attuato dallo specialista in base alla sua formazione scegliendo conseguenti tecniche specialistiche cognitivo-comportamentali (quali ad esempio EMDR eyesmovementdesensitization and re processing, etc) od interventi più specificatamente psicodinamici, ove la cura del trauma avviene attraverso un’elaborazione di tutte le idee, sensazioni, convinzioni, emozioni consce e inconsce – può essere utile e necessario anche associare un trattamento psicofarmacologico (antidepressivi, stabilizzatori dell’umore e antipsicotici atipici), che si rivela utile per modulare le emozioni sregolate, l’irritabilità e la disforia, per contenere i disturbi del comportamento e gli atti aggressivi, parasuicidari e suicidari, e per mitigare le somatizzazioni, e che lo specialista deputato valuterà assieme alla persona.

Trasformare il dolore in nuova energia positiva, questo l’obiettivo dello specialista

Noi viviamo in un mondo, quello occidentale, in cui si sono messe in atto tutte le strategie possibili per rimuovere ed ignorare il fenomeno della morte, rendendo le persone impreparate e fragili di fronte ad essa: quindi, le difese psicologiche utilizzate dalle persone per far fronte ai vari aspetti del vivere quotidiano crollano sempre di fronte ad un evento definitivo quale, appunto, la morte. Non è semplice l’approccio psicologico ed il sostegno a persone che, in modo protettivo ma distruttivo, non accettano e non realizzano pienamente l’evento traumatico.

Come per le ferite del corpo anche per quelle dell’anima si attivano una serie di processi naturali e fisiologici che aiutano la cicatrizzazione emotiva ed allora il pianto, la tristezza, lo scoraggiamento, la depressione sono i mezzi attraverso i quali l’organismo cerca di superare il dolore.

La cicatrice resta a mo’ di testimonianza di quanto abbiamo dovuto attraversare, come una lezione che abbiamo dovuto apprendere per trasformare un dolore che annichilisce in una forza. Ad un certo punto il tempo dell’autocompatimento e dello struggimento deve lasciare lo spazio al tempo dell’evoluzione e della crescita e da un dolore sordo e vivo deve sgorgare piano piano il ripristino di vecchie e nuove energie, fiducia e riconoscimento delle proprie dimenticate potenzialità e risorse.

Dott.ssa Raffaella Casagrande

Psicologa clinica – Psicoterapeuta

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