Il risarcimento del danno differenziale

La domanda di risarcimento del danno non patrimoniale ha carattere onnicomprensivo, ragion per cui, anche se nella domanda introduttiva sono indicate alcune specifiche voci di danno, a tale specificazione va dato solo un valore esemplificativo dei vari profili di pregiudizio dei quali si intenda ottenere il ristoro, che deve essere integrale.

E’ una sentenza di assoluto rilievo a tutela delle vittime di infortuni sul lavoro o malattie professionali quella, la n. 24202/20, depositata il 2 novembre 2020 dalla Cassazione e avente per oggetto il danno differenziale per causa di servizio, riconosciuto a un lavoratore che pure non lo aveva espressamente richiesto limitandosi a domandare, per l’appunto, il ristoro integrale del danno.

 

Riconosciuto a un dipendente del Ministero della Difesa il danno differenziale

La Corte d’appello di Roma, con la sentenza n. 8302 del 2014, in riforma della decisione del Tribunale capitolino, che aveva integralmente rigettato il ricorso, aveva invece accolto la domanda di risarcimento del danno proposta ex art 2087 cod. civ. da un lavoratore nei confronti del Ministero della difesa, e aveva condannato la Pubblica Amministrazione al pagamento della somma di euro 75mila euro, oltre interessi dalla pronuncia al saldo, liquidata a titolo di risarcimento del danno differenziale.

Il ricorrente aveva lavorato alle dipendenze del Ministero dal 1981 al febbraio 2003 in qualità di operatore di macchine per lavorazioni metalliche e plastiche ed aveva contratto una ipoacusia neurosensoriale bilaterale, riconosciuta come causa di servizio, perché insorta a seguito dell’esposizione al rumore nello svolgimento dell’attività lavorativa. Successivamente, era stato assegnato a mansioni di vigilanza e custodia, perché non più idoneo al servizio in precedenza espletato, e aveva contratto un’ulteriore patologia (stato ansioso depressivo disforico fobico) anch’essa di origine professionale perché causalmente riconducibile all’ipoacusia ed all’assegnazione a mansioni diverse rispetto a quelle di assunzione. Il 12 febbraio 2003, infine, era stato collocato in quiescenza per infermità connessa al servizio.

 

Anche laddove non richiesto, il ristoro del danno deve essere integrale

Il Tribunale aveva respinto la domanda perché il ricorrente, assicurato presso l’Inail, non aveva domandato il danno differenziale né aveva richiesto all’Istituto previdenziale l’indennizzo previsto dal d.lgs. n. 38 del 2000, applicabile ratione temporis.

La Corte d’Appello aveva invece evidenziato che l’indennizzo previsto dall’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 coesiste con il risarcimento del danno biologico, nel senso che non esclude la possibilità per il danneggiato di ottenere l’integrale ristoro del danno subito secondo i criteri civilistici, e pertanto il lavoratore, pur nella pacifica vigenza del richiamato d. lgs., era legittimato a domandare il cosiddetto danno differenziale. E aveva altresì precisato che l’art. 10, comma 7, del d.P.R. n. 1124 del 1965 costituisce un precetto di necessaria applicazione e pertanto, anche in caso di azione contrattuale formulata per le ipotesi di responsabilità ex art. 2087 cod. civ., la domanda proposta nei confronti del datore di lavoro senza ulteriori specifiche indicazioni non potrà che essere qualificata come di risarcimento del danno differenziale, con la conseguenza che il lavoratore potrà limitarsi ad allegare l’esistenza del rapporto di lavoro, la violazione da parte del datore degli obblighi di natura prevenzionale, specifici o generici, resistenza del danno ed il nesso causale con la denunciata violazione.

Il giudice d’appello aveva quindi chiarito che dall’istruttoria era emersa la derivazione causale delle patologie dallo svolgimento dell’attività lavorativa, aggiungendo che il Ministero della difesa non aveva dimostrato di aver adottato tutte le misure idonee a tutelare l‘integrità psicofisica del lavoratore.

Quanto poi alla liquidazione la Corte territoriale, premesso che il danno biologico era stato accertato attraverso la disposta consulenza tecnica e che ai fini della quantificazione del danno non patrimoniale occorreva tener conto anche della compromissione della sfera esistenziale e delle sofferenze patite, aveva utilizzato le tabelle in uso presso il Tribunale di Roma, ed aveva operato un aumento del 30% in ragione delle ricadute esistenziali delle patologie accertate. Effettuata la capitalizzazione dell’indennizzo che, ove richiesto, sarebbe stato coperto dall’Inail, sia per la quota non patrimoniale che per quella patrimoniale, il giudice d’appello aveva escluso il danno differenziale per il biologico da invalidità permanente e aveva quindi riconosciuto solo il danno morale, il danno biologico temporaneo ed il danno differenziale patrimoniale.

 

Il Ministero ricorre per Cassazione lamentando la diversità tra il “chiesto” e il “pronunciato”

Il Ministero della Difesa ha quindi proposto ricorso per Cassazione adducendo quattro motivi di impugnazione. Quello che qui preme è soprattutto il primo. Secondo il ricorrente, sarebbe stato violato il principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato in quanto la domanda introduttiva del giudizio era diretta ad ottenere il danno integrale, mentre la Corte d’Appello aveva riconosciuto al lavoratore il danno differenziale.

Il Ministero sosteneva che l’azione di danno differenziale è caratterizzata rispetto all’ordinaria azione risarcitoria da petitum e causa petendi diversi (come riconosciuto dalla stessa Corte territoriale), ragion per cui il giudice d’appello avrebbe dovuto confermare la sentenza del Tribunale, in quanto la specifica domanda non era stata proposta e non era stata presentata dal lavoratore domanda amministrativa nei confronti dell’Inail. Come detto, la liquidazione delle indennità di competenza dell’Inail non era mai stata effettuata, non avendo il lavoratore proposto la relativa domanda amministrativa, mentre con il ricorso introduttivo del giudizio era stato chiesto il ristoro del danno complessivo e non di quello differenziale.

Con il secondo motivo, connesso, il Ministero lamentava il fatto che il contraddittorio dovesse essere esteso all’Inail, censurando la statuizione con cui la Corte d’Appello aveva escluso la sussistenza di litisconsorzio necessario tra il datore di lavoro e l’istituto in ragione della assoluta diversità delle cause, aventi ad oggetto, da un lato, l’indennizzo, e dall’altro il danno differenziale. Nella specie, il lavoratore non aveva agito per il solo danno differenziale ma per il danno integrale.

 

L’accertamento del danno differenziale

Secondo la Cassazione tuttavia, i due motivi non sono fondati alla luce dei principi già enunciati dalla Cassazione, in particolare nella sentenza n. 9166/17 in cui i giudici, nel riformare una sentenza di appello impugnata, avevano affermato che non poteva essere condiviso il rilievo della Corte territoriale secondo cui nel ricorso introduttivo non vi era alcuno specifico riferimento ad eventuali profili sui quali fondare l’azione risarcitoria nei confronti del datore di lavoro.

La Suprema Corte ammette che secondo alcune rigorose opinioni dottrinali, seguite anche da giurisprudenza di merito, la domanda di danno differenziale, ai fini dell’accoglimento, dovrebbe contenere una puntuale e formale qualificazione dei fatti in termini di illiceità penale nonché la specifica deduzione del preteso quantum in termini differenziali rispetto all’indennizzo Inail, liquidato o liquidabile.

Ma per gli Ermellini, “ai fini dell’accertamento del danno differenziale, è sufficiente che siano dedotte in fatto dal lavoratore circostanze che possano integrare gli estremi di un reato perseguibile d’ufficio, circostanza che nella specie non è contestata, sottolineando che anche la violazione delle regole di cui all’art. 2087 cod. civ., norma di cautela avente carattere generale, è idonea a concretare la responsabilità penale”.

La richiesta del lavoratore di risarcimento dei danni, patrimoniali e non, derivanti dall’inadempimento datoriale – proseguono i giudici del Palazzaccio – è idonea a fondare un petitum rispetto al quale il giudice dovrà applicare il meccanismo legale previsto dall’art. 10 d.P.R. n. 1124 el 1965 anche ex officio, pur dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, atteso che, rappresentando il differenziale normalmente un minus rispetto al danno integrale preteso, non può essere considerata incompleta al punto da essere rigettata una domanda in cui si richieda l’intero danno”.

La Cassazione ricorda altresì che la giurisprudenza di legittimità, in materia di azioni di risarcimento del danno, pone in rilievo “non la qualificazione formale ma la natura e le caratteristiche del pregiudizio stesso”. E aggiunge anche che “la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale è una domanda di carattere onnicomprensivo” e chel’unitarietà del diritto al risarcimento e la normale non frazionabilità del giudizio di liquidazione comportano che, quando un soggetto agisca in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni a lui cagionati da un dato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta; ne consegue che, laddove nell’atto introduttivo siano indicate specifiche voci di danno, a tale specificazione deve darsi valore meramente esemplificativo dei vari profili di pregiudizio dei quali si intenda ottenere il ristoro, a meno che non si possa ragionevolmente ricavarne la volontà di escludere dal petitum le voci non menzionate”.

La Corte d’Appello secondo la Cassazione aveva pertanto fatto corretta applicazione di tali principi, “dando ingresso alla domanda di danno differenziale, atteso che il lavoratore ha agito in giudizio per l’accertamento, previo riconoscimento del nesso causale tra l’attività lavorativa svolte e la malattia contratta, della responsabilità del datore di lavoro per la violazione delle norme antinfortunistiche e del dovere di prevenzione ex art. 2087 cod. civ.. con la conseguente condanna al risarcimento dei danni. E proprio in ragione dell’autonomia della domanda non sussiste il litisconsorzio necessario con l’Inail”.

Sono stati respinti anche gli altri due motivi relativi al quantum risarcitorio e all’aumento del risarcimento spettante secondo le tabelle del Tribunale di Roma a titolo di personalizzazione, e il ricorso è stato quindi interamente rigettato.

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